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A
PROPOSITO DI VANDALISMO
La notte del 13 novembre ignoti vandali hanno rubato
dal cortile del Centro Diurno una vettura di proprietà dell’Amministrazione
Comunale adibita al trasporto di infermi e successivamente l’hanno
data alle fiamme in una strada di campagna. Si tratta dell’ennesimo
atto di vandalismo perpetrato quest’anno ai danni di strutture
pubbliche. Ovviamente, di fronte a un simile episodio, si è levata
la ferma condanna delle Istituzioni ai suoi massimi livelli comunali
e non poteva essere altrimenti. Ma simili condanne, già formulate
ogni volta in passato in occasione di analoghi episodi, hanno ormai
perso di efficacia, dal momento che tutto il vocabolario dell’esecrazione
è stato più volte utilizzato e quindi largamente consumato.
Questo non vuol dire che non sia doverosa la ripetizione
di tale rito, al quale ci associamo convinti, se non altro per sottolineare
che non ci vogliamo assuefare a simili episodi. Rimane però una
sensazione di impotenza che ci spinge a cercare di analizzare in profondità
il fenomeno, ampliando le riflessioni al di là di una prospettiva
meramente politica.
Partiamo dalla constatazione che ci troviamo di fronte a un vandalismo
diffuso ai danni della cosa pubblica, che solo nei casi più gravi
trova l’onore della cronaca. Dobbiamo perciò cercare di
capire perché questi fatti avvengono.
Una prima interpretazione è contenuta nelle dichiarazioni a caldo
del Sindaco Monesi, che ipotizza un disegno volto a colpire le Istituzioni
comunali per i valori che rappresentano. Si tratta di una pista di indagine
certamente credibile, ma insufficiente a spiegare il fenomeno nella
sua complessità. Se la spiegazione fosse tutta qui si tratterebbe
solo di intervenire col bisturi su un ascesso in un corpo sano.
Questi gruppi “eversivi”infatti, se esistono, rappresentano
frange circoscritte e con scarsissimo seguito, nei confronti delle quali
disponiamo già di strumenti per intervenire, basta ricorrervi
con maggior determinazione e rigore. Lo stesso discorso vale per quei
pochi gruppi di “sbandati” tra l’altro ben noti alle
forze dell’ordine e da sempre presenti sul nostro territorio.
A questo proposito, per garantire una maggior vigilanza, è urgente
un sostanziale potenziamento della presenza dell’Arma dei Carabinieri
sul territorio. E qui si inserisce l’annosa questione relativa
alla costruzione della nuova caserma.
Ciò che più preoccupa invece è il fondato sospetto
che molti di questi fenomeni non siano riconducibili alla semplice microcriminalità
o a una spiegazione di tipo politico, ma che rappresentino la punta
emergente di un disagio diffuso del quale i nostri figli, senza privilegio
di esenzione, sono portatori.
Abbiamo infatti l’impressione che il problema riguardi sempre
più l’ampia fascia dei ragazzi “normali”che
frequentiamo e ci frequentano ogni giorno a casa, a scuola, nei luoghi
di lavoro e del tempo libero. Siamo anche noi convinti che gli atti
di vandalismo di cui stiamo parlando non siano delle semplici “ragazzate”,
che sono azioni irresponsabili, anche di una certa gravità, commesse
( e chi non le ha commesse?) da ragazzi che stanno crescendo e conquistando
l’equilibrio della maturità. Qui purtroppo infatti non
ci troviamo di fronte a minori che varcheranno presto la soglia della
maturità e che poco prima del passaggio si permettono qualche
regressione. Questi ragazzi all’equilibrio della maturità,
quando ci arrivano, lo fanno tardi e male. Perciò gli atti di
cui sono responsabili sono la manifestazione di una forza disgregatrice
pericolosa per tutto il tessuto sociale, e che non si manifesta più
come in passato con l’aperta ribellione.
Sono la punta emergente del disagio di una generazione di eterni adolescenti
ai quali abbiamo propinato la prospettiva illusoria di un eterno presente,
defraudandola del futuro.
Ed è proprio la mancanza di futuro che fa esplodere in modo distruttivo
quell’aggressività che dovrebbe invece essere incanalata
verso la realizzazione di un progetto di vita.
Possiamo sintetizzare questo disagio in cinque “mancanze”:
1. di strutturazione dell’io,
2. di senso della realtà
3. di senso dell’esistenza,
4. di senso di appartenenza,
5. di responsabilità.
1. Sembrerà banale sottolinearlo, ma alla radice di comportamenti
devianti in ragazzi “normali” sta la loro fragilità,
derivante soprattutto da un eccesso di protezione da parte dei genitori.
Per essere in grado di affrontare le difficoltà della vita occorre
essere allenati fin da bambini.
Non è un’accusa ai genitori, ma una semplice constatazione.
Forse i genitori non hanno alternative al loro atteggiamento, dato che
i pericoli che si addensano nel mondo esterno alla famiglia non fanno
che legittimarlo, rafforzarlo, renderlo doveroso. Ma una via d’uscita
deve pur esserci: non possiamo continuare a far crescere delle persone
incapaci di affrontare le difficoltà della vita e che si buttano
dalla finestra per un brutto voto. Un piccolo, ma prezioso contributo
a questo proposito può venirci dalla pianificazione urbanistica:
realizziamo veramente la città dei bambini, cioè la città
in cui i bambini possano spostarsi in sicurezza, rimanere fuori casa
senza pericolo, ritagliarsi quindi margini sempre più ampi di
autonomia. Si rafforza quindi l’importanza strategica delle piste
ciclopedonali, delle isole pedonali, degli spazi pubblici attrezzati
e protetti per il tempo libero, che per i bambini non è semplicemente
tale, ma è necessario tempo educativo. Potenziamo perciò
anche la figura del cosiddetto “nonno civico”, promuovendo
una campagna di sensibilizzazione che possa portare per esempio all’istituzione
di una specifica “banca del tempo”, con incentivi al libero
volontariato, che possa conciliare un servizio reso alla comunità
con il tempo libero organizzato degli adulti-anziani.
Ma protagonisti responsabili dell’educazione dei ragazzi sono,
forse più della famiglia, le istituzioni scolastiche, alle quali
i nostri figli sono affidati molto spesso per gran parte della giornata.
Quali linee educative veicola la scuola? Non può esserci un progetto
educativo di massima condiviso a livello di territorio, e con il quale
i vari POF debbano confrontarsi? Perché lasciare alla libera
discrezionalità delle scuole la lettura e l’interpretazione
delle esigenze o emergenze della realtà locale? Siamo sicuri
che il coacervo per necessità di cose disomogeneo degli insegnanti
possa autonomamente dare le giuste risposte? Abbiamo l’impressione
che i vari POF siano deboli proprio sotto questo profilo. La Scuola
può essere un valido supporto alla debolezza della famiglia,
ma non deve essere lasciata sola, pur salvaguardando la sua autonomia.
2. A questi ragazzi tutto è stato dato gratis: sono infatti i
figli dell’usa e getta. Nella loro vita raramente o forse mai
è capitato di conquistare qualcosa “col sudore della fronte”;
di mettere in relazione i desideri con le risorse e di ridimensionare
le pretese perché eccessive rispetto alle possibilità
economiche della famiglia, e se questo è avvenuto, molto spesso
è stato da loro vissuto come un’ingiustificata angheria
degli adulti. In questo contesto la realtà diventa sempre più
virtuale e l’incendio di un furgone non è percepito nella
sua reale portata.
Bisogna perciò che i genitori recuperino il valore della sobrietà
e che educhino i figli fin da piccoli a un rapporto diverso e non consumistico
con le cose, mettendo il più possibile a tacere i messaggi devastanti
della pubblicità televisiva e non.
3. Ma l’aspetto più grave del problema, che tocca tutti
i ragazzi, anche quelli dall’io ben strutturato, è la mancanza
di senso. Una società che non sa in quale direzione cammini e
che della mancanza di senso ha fatto il suo dogma di base; una società
in cui, al di là dei proclami e dei programmi dei politici, gli
unici valori sono il denaro e il successo individuale, comunque conseguiti;
una società in cui l’unico palliativo alla mancanza di
senso è il divertimento, cioè la distrazione dal pensare;
una società che materializza l’assenza di prospettive nel
connubio dell’eterna adolescenza con l’eterno precariato
del lavoro interinale, questa società sta preparando una tempesta
di cui gli episodi che ora deprechiamo sono i primi segni premonitori.
Quale rimedio alla mancanza di senso? Come può una società
fondamentalmente nichilista, che non sa rendere ragione neppure dei
valori residui in cui dice di credere, recuperare quella tensione verso
il futuro senza la quale non è possibile alcuna antropologia?
Come finalizzare il futuro di persone condannate dalle condizioni di
lavoro a vivere alla giornata? Come contrastare le tentazioni nichiliste
di chi gioca alla roulette russa con la propria vita e si sente veramente
vivo solo nel momento in cui mette a repentaglio la propria sopravvivenza?
Si tratta sicuramente di una prospettiva troppo ampia per una riflessione
a carattere locale. Ci accontentiamo di suggerire qualche palliativo
nella speranza che dalle esperienze particolari prenda avvio per qualcuno
la ricerca di un senso più generale.
Intanto potrebbe essere utile promuovere esperienze di vita di gruppo
attraverso l’incentivo all’associazionismo per esempio scout,
attivare progetti di solidarietà anche nelle scuole, che coinvolgano
gli adolescenti in prima persona; realizzare spazi pubblici invitanti
al gioco estemporaneo o comunque spontaneo e destrutturato.
E’ pure indispensabile riattivare i canali di comunicazione tra
le diverse età dell’uomo, una volta presenti in ogni famiglia;
al mito stressante dell’eterna giovinezza occorre cioè
sostituire la consapevolezza che la vita ha una suo naturale percorso
e va vissuta serenamente in tutte le sue fasi.
La questione del precariato è squisitamente politica e rimanda
alla questione di fondo se sia l’uomo al servizio dell’economia
e quindi un mezzo o se invece non sia l’economia al servizio dell’uomo.
Quello che sta succedendo è scandaloso: stiamo dilapidando una
generazione di intelligenze sull’altare dell’utile immediato
e del massimo profitto del momento. E nonostante ciò l’economia
ristagna. L’Italia ha sempre basato la sua ricchezza su di un’unica
risorsa: la creatività dei suoi abitanti ed è decaduta
tutte le volte che questa risorsa è stata trascurata: come sta
succedendo adesso. E i giovani non reagiscono perché questa situazione
li trova già infiacchiti dallo stile di vita che hanno assorbito.
Il lavoro interinale non ha nulla a che vedere con gli aspetti positivi
del liberismo economico, laddove premia l’iniziativa e la capacità,
al contrario è una nuova forma di lavoro servile, che demolisce
e umilia chi vi è costretto. Ci deve pur essere una terza via
tra la protezione totale e deresponsabilizzante del lavoratore nei paesi
del socialismo reale e lo sfruttamento sfrenato del lavoro.
4. I nostri giovani sono cittadini del mondo e hanno tagliato alla radice
le matrici profonde che hanno provocato le guerre del passato, ma in
questo modo hanno anche tagliato le loro radici, divenendo apolidi,
cittadini del mondo e di nessun luogo. A questo li sta spingendo anche
uno sviluppo urbano sempre più standardizzato e impersonale,
che annulla le differenze e caratterizzazioni di luogo. La città
non è percepita come la loro città, perciò la cosa
pubblica perde di valore.
Da qui l’esigenza di caratterizzare lo sviluppo urbano, salvaguardando
le vecchie peculiarità, evitando l’eclettismo architettonico,
diluendo nel tempo l’acquisizione di nuove presenze, per dare
il tempo di metabolizzare i nuovi arrivi.
5. La combinazione dei precedenti tre punti non può che portare
a una crescente mancanza di responsabilità con le conseguenze
che possiamo immaginare.
Occorre perciò innanzitutto leggere con intelligenza i segnali
che i giovani ci stanno lanciando e porre tra le emergenze della città
la questione giovanile. In secondo luogo essere disponibili a rivedere,
ciascuno per quanto può e gli compete, stili di vita e modelli
di comportamento i cui effetti tossici stiamo già assaporando.

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